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Contrada,
tra nostalgia e crescita
di
Francesco Burroni
“La Contrada non è più
quella di una volta…”. “Quando moriranno i nostri vecchi ‘un ci
rimarrà più niente…" “Prima ci si voleva più bene…” “Nel Palio di
oggi ‘un mi ci riconosco più…”

Questi alcuni dei ritornelli che spesso riecheggiano nelle
chiacchierate tra i nostri vicoli e questo senso di amara nostalgia
allude in maniera ineluttabile ad un mondo ormai irrimediabilmente perduto.
Ma sbaglierebbe chi pensasse che questa sorta di tormentone sia una
caratteristica dei tempi moderni. A memoria di babbi, nonni,
bisnonni e immaginiamo anche oltre, ogni generazione una volta
arrivata alla maturità dei 40-50 anni ha cominciato a guardarsi
indietro e a non riconoscere nella Contrada attuale e nelle nuove
generazioni “il loro” modo ideale di vivere e si è creata
un’immagine di quello che era “per loro” il periodo ideale per
vivere la Contrada e cioè quello della “loro” gioventù.
In parte si può ritrovare in questo atteggiamento la classica
visione un po’ egocentrica del proprio gruppo, della propria “classe
di ferro”, armata invincibile che nessuno potrà mai eguagliare e
insieme l’inevitabile rimpianto per la gioventù ormai passata, ma
forse c’è qualcosa d’altro e cioè l’idea che questo “essere
giovani”, questa sorta di regressione infantile e adolescenziale sia
possibile ancora oggi entrando ogni volta nel territorio fisico e
mentale della Contrada. Scendendo la piaggia del proprio rione si
può, se si vuole, abbandonare il proprio essere adulti, ritornare
ogni volta ragazzi, ridere e scherzare come allora.
Ma l’elemento nostalgico e l’idealizzazione di un passato migliore,
che è una delle componenti fondamentali della filosofia del Palio,
non si ferma all’esperienza biografica e generazionale e investe la
storia stessa della città e della Festa.
Facciamo un passo indietro al Seicento. Da poco Siena non è più una
repubblica, la libertà politica reale è perduta, ma l’idea della
libertà può essere ancora ricreata come immagine e continuare a
sopravvivere nella fantasia, nel ricordo e soprattutto nella festa
del Palio che comincia allora ad assumere dei connotati ben diversi
da una qualsiasi altra festa dell’epoca. E’ la celebrazione e la
riaffermazione della propria identità di un popolo che trova nel
Palio il mezzo per rivendicare un mondo migliore di quello attuale,
della Siena non più libera repubblica ma che attraverso le Contrade
e il Palio può continuare a vivere quantomeno nello spirito e
nell’idea collettiva.
Il sogno di un mondo migliore continua però ad esserci anche dopo,
anche quando con l’Unità d’Italia la città riacquista una sua
identità ed una sua dignità politica. Nell’Ottocento, come sappiamo,
il sogno gotico è caratteristica essenziale della cultura europea ed
ovviamente di quella senese che da sempre vive quel periodo come la
propria age d’or.
E così continua a perpetuarsi fino ad oggi l’idea di un mondo più
bello di quello che stiamo ora vivendo, di una società ricca di
valori positivi, di fratellanza, di affetti, di gioia di vivere e di
stare insieme.
Ecco che allora la Contrada diventa laboratorio di ricerca per il
migliore dei mondi possibili elaborando nei secoli una sua idea di
società civile e direi anche di vero e proprio Stato, e questo al di
là delle varie ideologie politiche e sociali che hanno attraversato
la storia passata e recente. Il senso dell’appartenenza alla
collettività della Contrada prescinde infatti dall’appartenenza ad un
partito o ad una religione e quello che prevale è la ricerca del
migliore dei mondi possibili al di là delle varie idee sociali e
politiche di questa o quella epoca. Nella Contrada hanno infatti da
sempre convissuto e tuttora convivono quelli di destra e di
sinistra, i monarchici e i repubblicani, i cattolici e gli atei ecc
ecc. Si vive nella Contrada prima di tutto perché c’è un’idea
condivisa di valori, perché c’è una rete di affetti, perché ci si
aiuta, ci si diverte… tutto il resto viene dopo.
Credo che anche l’obiettivo della vittoria sul Campo non avrebbe
molto senso senza questi altri principi fondanti.

E allora il “si stava meglio prima” può generare due atteggiamenti
decisamente contrapposti: o il senso di una condanna simile alla
biblica cacciata dall’Eden e quindi indurre alla rassegnazione e
allo scontento eterno e ineluttabile oppure più positivamente essere
il motore di una ricerca per vivere meglio il presente, per
mantenere e non perdere valori che si ritengono ancora positivi per
costruire qui e ora il migliore dei presenti possibili. Se proviamo
a guardare obiettivamente ai dati di fatto reali la realtà attuale
non infatti così malaccio. Le Contrade hanno vissuto e sopravvissuto
a trasformazioni sociali epocali e, in un passato non lontano, hanno
saputo reagire e resistere a quello che poteva essere il loro
sgretolamento finale: lo spopolamento dei rioni nel dopoguerra.
Eppure oggi le Contrade sono più vive che mai. Se proviamo a fare
solo qualche esempio di confronto pratico non è infatti
necessariamente detto che il passato fosse così migliore del
presente. Non dimentichiamoci che fino agli anni 70 molte Contrade
non avevano nemmeno la Società, ci si vedeva molto più di rado, le
donne poi facevano solo qualche rara apparizione. Le cene della
prova generale si facevano spesso tra pochi intimi e a volte, in
caso di pioggia, un ristorante bastava a contenerne anche più di
una. La gestione effettiva era limitata quasi esclusivamente alle
classi alte, il mito del bere portava con sé molte cirrosi epatiche
ecc ecc. La Contrada oggi, così urbanisticamente spopolata dei suoi
appartenenti, non è più una realtà strettamente legata ad un
territorio, ma è piuttosto una realtà immateriale, una rete virtuale
e non si vive più tutti insieme gomito a gomito 365 giorni all’anno…
ma questo non è detto che sia necessariamente negativo.

Vivere la Contrada oggi non è più l’unica scelta obbligata, il rione
non rischia più di essere insieme culla e carcere nel quale si vive,
ma non si può sfuggire. La sua frequentazione è adesso una scelta
libera e consapevole. Si sceglie di andare in Contrada nei giorni e
nei tempi che vogliamo e lì possiamo sperare di vivere qualcosa di
bello e di positivo, poi possiamo frequentare liberamente e
parallelamente anche altri gruppi, altre collettività dove magari
potremmo trovare altri valori.
Ma il confronto storico reale meriterebbe ben altra e più densa
trattazione e produrrebbe forse dei risultati anche molto soggettivi
e opinabili. Il dato essenziale mi pare quello di una nostalgia
storica che in fondo non è forse vera nostalgia ma può essere (o in
realtà è sempre inconsciamente stata) ricerca di un modello ideale
per vivere il presente, dove la tradizione non è ripetizione rituale
ma conservazione e scelta di valori da non perdere perché ritenuti
positivi e validi ancora oggi. Il sogno gotico che continua perché
nella mente c’è un modello di collettività dove tutti sono liberi,
uguali e felici… e soprattutto eternamente ragazzi.
Un’utopia probabilmente irrealizzabile fino in fondo ma che rimane
obiettivo strategico e scelta di vita.
- tratto da "Il
Carroccio di Siena" n. 124, luglio-agosto 2006 -
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